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Adele e Pierfrancesco: la relazione conflittuale tra madre e figlio che porta all’apertura dell’amministrazione di sostegno per la cura della persona fragile

  • Immagine del redattore: Avvocati Empatici
    Avvocati Empatici
  • 1 apr 2025
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 10 apr 2025

Quando non si accetta di aver bisogno


Oggi è la volta di una storia che mi ha profondamente toccato come amministratore di sostegno, ruolo che ho svolto per otto anni presso il Tribunale di Milano.

Il focus del caso che vi racconto è legato alla procedura più diffusa per la tutela delle persone fragili, l’amministrazione di sostegno, che non è solo una procedura per la tutela della persona fragile, fatto di pratiche amministrative e firme da mettere, ma è l’occasione per proteggere una persona vulnerabile e supportarla nelle relazioni personali per il suo benessere.

Si apre un’amministrazione di sostegno ogni qualvolta una persona mostra delle incapacità a gestire il proprio ordinario o straordinario. Non è detto che il soggetto abbia limitata capacità di intendere e volere, può essere in possesso di tutte le capacità giuridiche necessarie, ma nel contempo avere limitate capacità per esempio fisiche che ostacolano la vita di tutti i giorni (pensiamo all’impossibilità a firmare un documento).

Adele, una donna straordinaria la cui vita ha preso una svolta inaspettata, mettendo alla prova non solo lei, ma anche le relazioni familiari più strette.

Si tratta di una di quelle persone che non passano inosservate: eccentrica, colta e dotata di una personalità magnetica, ha sempre vissuto la vita alle proprie condizioni.

Un marito adorato con cui ha avuto un lungo matrimonio e un’appagante storia di coppia. E qui forse sta un primo vulnus del problema.

La coppia avrebbe infatti dovuto rimanere solo coppia e non anche coppia di genitori, per l’intensa intesa esistente, al punto da considerare forse un po’ “terzo” il figlio, evidentemente in grado di alterare l’equilibrio di questa unione così perfetta.

La casa di Adele era un santuario di libri rari, opere d'arte e ricordi di viaggi.

In una parola la sua vita.

Chiunque la incontrasse restava affascinato dalla sua intelligenza vivace e dal suo spirito ribelle, ma estremamente ammaliante.

Tuttavia, il destino l’ha sottoposta ad una prova durissima.

A soli sessant’anni è stata colpita da un ictus che l'ha lasciata parzialmente paralizzata. Il suo mondo, un tempo così grande e ricco di stimoli, si è ristretto improvvisamente con difficoltà importanti a portare avanti quello che Adele era abituata a fare da sola.

In questa battaglia ha avuto accanto chi si occupava di lei, Maria, la sua fedele colf e badante, che nel corso degli anni era diventata molto più di questo.

La tragedia sembrava non avere fine quando, poco dopo l'ictus, il marito, l’amato di una vita, è mancato. Sul letto di morte, l'uomo ha affidato a Maria il compito di prendersi cura della moglie "in tutto e per tutto". Maria ha accettato questo incarico con devozione, diventando gli occhi, le orecchie e le mani di Adele e forse anche un po’ figlia, anche se un figlio c'era di già, Pierfrancesco.

I rapporti tra madre e figlio erano sempre stati altalenanti e tesi, caratterizzati da incomprensioni e conflitti, Pierfrancesco.

Vuoi per gelosia, vuoi per l’attenzione che un figlio merita dai propri genitori (sennò perché si diventa tali?!).

Nonostante ciò, Pierfrancesco si è trovato a dover gestire non solo la cura della madre, con anche il supporto di Maria, ma anche il consistente patrimonio di famiglia. Un compito che si è rivelato essere una fonte costante di stress e frustrazione, proprio a causa della storia della sua relazione personale con la madre.

Era faticoso per lui prendere decisioni e, soprattutto, non riusciva a farsi ascoltare da Adele che, anche per partito preso e un po' di pregiudizio, voleva sempre fare il contrario di quanto suggerito dal figlio.

Adele, nonostante la condizione fisica, manteneva intatta la personalità forte e indipendente, rifiutando i consigli e le richieste anche lungimiranti di Pierfrancesco.

Quando Adele ha compiuto ottant’anni, la situazione ha raggiunto il punto di rottura.

Il figlio, convinto che la madre non fosse più in grado di prendere decisioni in autonomia e che non fosse in grado neppure a quel punto di intendere e volere, nel proprio interesse, ha fatto richiesta di interdizione. Era una mossa drastica, ma la vedeva come l'unica soluzione per proteggere sia la madre, soprattutto da se stessa in certi ambiti, che il patrimonio familiare che non riguardava solo Adele ma anche lo stesso.

Il Tribunale ha tuttavia optato, come spesso accade in situazioni ibride, in cui non è palese l’incapacità della persona esaminata, per una soluzione meno invasiva: l'amministrazione di sostegno, anche per la semplificazione di procedura, meno ingessata di quella dell’interdizione che comunque metteva al riparo Adele e le forniva una guida.

E qui entro in scena io, nominata come suo amministratore di sostegno, essendo conclamato il conflitto tra madre e figlio.

Il mio compito si è rivelato essere una vera e propria sfida diplomatica, non solo tecnica. Da un lato c'era lei, donna ancora determinata a mantenere il controllo sulla propria vita nonostante le limitazioni fisiche e non solo essendoci anche un decadimento cognitivo, dall’altra, c'era il figlio, frustrato e preoccupato per il benessere della madre e per il futuro del patrimonio familiare. E nel mezzo c'era Maria, leale ad Adele che doveva gestire i rapporti con me e con Pierfrancesco.

Io ero un’estranea in questa situazione, dovevo inserirmi formalmente con un potere conferito dal Tribunale, ma volevo esercitarlo il meno possibile.

Ogni decisione, ogni spesa, ogni cambiamento nella routine di Adele poteva diventare motivo di tensione. Lei resisteva a qualsiasi tentativo di limitare la sua autonomia e Maria si trovava spesso nel fuoco incrociato.

Come amministratore di sostegno, il mio ruolo è stato quello di tutelare Adele ma anche di bilanciare gli interessi di tutte le parti coinvolte, soprattutto focalizzando l’impegno di garantire il benessere della persona di cui ero amministratore di sostegno.

Devo ammettere che non è stato un compito facile, perché il presupposto è quello di instaurare un rapporto di fiducia che spesso è complicato avere con persone di una certa età, che si vedono limitare la propria sfera privata di diritti ed interessi e l’ingresso nella propria esistenza di una persona sconosciuta che mette il naso nelle cose altrui.

Non è facile da accettare e Adele mal lo digeriva in principio.

Ogni giorno ha portato nuove sfide e ha richiesto una costante mediazione: la prima sfida è stata quella di farsi accettare, la seconda è stata quella di farle comprendere che si stava agendo nel suo stesso interesse.

Una volta instaurato un buon rapporto di fiducia ci sono stati i confronti a volte anche duri sulle scelte da prendere per il suo benessere e per il suo patrimonio.

Via via si è cementata una relazione di rispetto e di fiducia e credo anche di

riconoscenza, quando Adele non mi ha più vissuto come un’intrusa minaccia.

Questa è una storia di resilienza, di legami familiari complicati e di come sia difficile adattarsi quando la vita cambia in un istante. Ma è anche una storia che solleva importanti questioni sul diritto all'autodeterminazione delle persone anziane e sul delicato equilibrio tra protezione e autonomia.

È stato difficile trovare un terreno comune tra madre e figlio, che col tempo hanno però potuto ricucire il loro rapporto e questo ha permesso a me di stare molto più in disparte nelle decisioni, dovendo solo valutare la bontà di quanto si volesse fare.

L’amministratore di sostegno è una figura importante che esercita in nome e per conto della persona beneficiata, ma che deve cercare il più possibile di seguire le aspirazioni e le volontà della persona fragile che necessita di supporto.

Posso dire di essere stata in ammirazione della forza d'animo di Adele, che nonostante tutto, per quanto possibile ha continuato a vivere la vita alle proprie condizioni. Anche le scelte patrimoniali prese, di un certo spessore, sono riuscita a condividerle con lei e ad esaminarle insieme, accogliendo il suo punto di vista puntuale o facendola desistere da certi altri quando non potevano essere accolti.

Adele ad esempio aveva una villa ottocentesca di famiglia a cui era molto legata, così come lo era stato il figlio che l’aveva vissuta con la nonna materna durante l’infanzia e che per i contrasti con Adele, poi l’aveva rifiutata.

Ricordo che essendo questo immobile estremamente faticoso e pericoloso da abitare, con scale ripide e insidie di ogni tipo, io ero titubante a lasciarla andare da sola con Maria. Per cui nei primi anni del mio incarico le avevo spiegato che forse dovevamo organizzarci diversamente per la sua villeggiatura, perché bisognava che lei fosse non in pericolo costante e che lei non fosse neanche totalmente immobile per la conformazione della casa. Per lo più Adele era sulla sedia a rotelle.

Lei con forza si è impegnata ad alzarsi dalla sedia per un mese e mi ha fatto chiamare per farmi vedere che riusciva ad alzarsi dalla stessa anche da sola o quasi e a fare qualche passo in soggiorno accompagnata da Maria.

Il tutto perché le accordassi di andare in villeggiatura in questa villa tanto amata.

Sono stata lieta davvero di vedere questo atto di coraggio e perseveranza, naturalmente premiato con le dovute precauzioni.

Credo sia stato lì il momento in cui abbiamo stretto il rapporto di fiducia reciproca.

Questa è la realtà dell'amministrazione di sostegno: complessa, tecnica, emotiva e profondamente umana.

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