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Assegno divorzile: non è un risarcimento, non è una rendita, ma nemmeno un favore

Immagine del redattore: Avvocati Empatici
Avvocati Empatici
11 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Sull'assegno divorzile pesa da sempre un equivoco: c'è chi lo vede come un "premio di consolazione", chi come un'ingiustizia da pagare a vita.

La Cassazione, con pronunce sempre più precise, smonta entrambe le narrazioni: non è un risarcimento, non è una rendita automatica legata al divario di reddito, non è un favore.

È uno strumento con una logica precisa, che richiede prove concrete e un nesso causale rigoroso tra le scelte fatte in coppia e lo squilibrio economico che ne è derivato.

Tre anime in un solo istituto

Tutto cambia l'11 luglio 2018, quando le Sezioni Unite (sent. n. 18287/2018) chiudono un contrasto storico tra il vecchio "tenore di vita matrimoniale" (SS.UU. n. 11490/1990) e la breve stagione dell'autosufficienza economica del 2017 individuando una terza via.

L'assegno diventa un istituto a tre funzioni:

  • assistenziale: garantire dignità a chi non ha mezzi propri per ragioni oggettive

  • compensativa: riconoscere un valore a chi ha rinunciato a carriera e opportunità per la famiglia

  • perequativa: proporzionare il reddito al contributo dato nella costruzione del patrimonio comune.

Tre funzioni che non si sommano in automatico, ma si calibrano caso per caso.

Lo dimostra l'ordinanza n. 26520/2024: assegno confermato ad una moglie dopo 29 anni di matrimonio, nonostante il marito lamentasse un calo di redditi.

Non conta il reddito attuale, ma il fatto che la sua dedizione abbia contribuito a costruire la fortuna economica del marito: qui la funzione compensativa vince su quella assistenziale.

Basta con le allegazioni generiche

La giurisprudenza più recente, però, stringe le maglie sul piano probatorio. Con l'ordinanza n. 1999/2026, la Cassazione conferma la linea severa di alcune autorità territoriali di meritp: non basta invocare il divario di reddito, occorre indicare quali occasioni di lavoro si sono perse e quale arricchimento ne ha tratto l'altro coniuge.

Chi non lo dimostra rischia di dover restituire quanto già percepito, secondo le regole dell'indebito.

Ma il quadro non è monolitico: con l'ordinanza n. 24759/2025 (in linea con la n. 24110/2024), la Cassazione riconosce l'assegno anche senza prova di rinunce specifiche, se il contributo alla vita familiare emerge chiaramente dalle circostanze. Il messaggio è dunque duplice: la nuda disparità reddituale non basta più, ma non serve nemmeno una documentazione ossessiva quando i fatti parlano da sé.

La svolta sulla convivenza prematrimoniale

Il capitolo più innovativo riguarda la fase pre-matrimonio. Con la sentenza SS.UU. n. 35385/2023 (18 dicembre), la Cassazione stabilisce che, se il matrimonio nasce da una convivenza stabile e progettuale, quel periodo conta nella valutazione del contributo dato dal coniuge.

Molte scelte decisive, tra cui smettere di lavorare, trasferirsi, rinunciare a una specializzazione, avvengono infatti spesso prima delle nozze.

Ignorarle premierebbe solo il dato formale della data del matrimonio.

Non a caso, si è parlato di una vera "rivoluzione copernicana".

Cosa è cambiato in pratica:

  • documentare, non solo allegare: curriculum, buste paga, offerte di lavoro rifiutate, testimonianze diventano decisivi

  • Il solo divario di reddito non basta, a meno che il nesso causale sia ragionevolmente presumibile dalle circostanze

  • Anche la convivenza prematrimoniale conta, se dimostra un progetto di vita condiviso

  • L'assegno resta uno strumento eccezionale, non un riequilibrio economico automatico.

Una logica più esigente, ma più giusta

Dal 2018 a oggi, l'assegno divorzile matura: non premia chi è "più debole" per definizione, né penalizza chi è economicamente più forte in automatico.

Compensa le scelte reali fatte insieme, quando hanno davvero sacrificato le opportunità di uno a vantaggio della famiglia. Una logica che chiede più prove, ma restituisce all'istituto la sua vera identità: non un risarcimento, non una rendita, non un favore, ma il riconoscimento di un contributo dato e di uno squilibrio effettivamente causato da scelte condivise.


Barbara Spinella



 
 
 

2 commenti

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Rosaria Mingo
Rosaria Mingo
5 ore fa
Valutazione 5 stelle su 5.

L’assegno divorzile continua a essere spesso frainteso: per alcuni è un “premio” per il coniuge più debole, per altri una penalizzazione ingiusta per chi ha maggiori risorse economiche. La giurisprudenza più recente della Cassazione, però, chiarisce che non è né l’una né l’altra cosa.

Dalle Sezioni Unite del 2018 in poi, l’assegno non si fonda più sul semplice mantenimento del tenore di vita matrimoniale, né sulla sola mancanza di autosufficienza economica. Conta, piuttosto, la storia concreta della coppia: le scelte condivise, i sacrifici professionali, il contributo dato alla famiglia e alla formazione del patrimonio dell’altro coniuge.

La disparità di reddito, da sola, non basta. Occorre dimostrare che lo squilibrio economico derivi da decisioni assunte durante la vita comune: rinunce lavorative,…


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Veronica Spinella
Veronica Spinella
9 ore fa
Valutazione 5 stelle su 5.

C’è un elemento di questo contributo su cui desidero focalizzarmi: il tempo.

Le scelte familiari producono effetti anche quando nessuno le sta più guardando.

Un accordo sulla gestione dei figli, una maggiore disponibilità alla cura, una scelta professionale fatta per le esigenze della famiglia possono modificare nel tempo competenze, reddito, relazioni professionali e autonomia.

Quando la coppia entra in una fase diversa, quelle conseguenze tornano a essere visibili.

Per questo la ricostruzione delle circostanze ha un valore che va oltre il dato economico.

Aiuta a capire come si è formato l’equilibrio che oggi viene messo in discussione.

È una chiave di lettura che trovo utile anche fuori dall’ambito familiare: nelle organizzazioni, nelle imprese familiari, nei passaggi generazionali, molte situazioni difficili…

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