Genitori separati e intelligenza artificiale: chi decide se un figlio può usare ChatGPT?

L’intelligenza artificiale è entrata nelle case prima ancora che le famiglie avessero il tempo di capirla davvero.
Un ragazzo o una ragazza possono usarla per fare una ricerca scolastica, correggere un tema, tradurre un testo, creare immagini, preparare una verifica o semplicemente fare domande che non avrebbero il coraggio di rivolgere a un adulto.
Per molti adolescenti, strumenti come chatbot, app educative e intelligenze artificiali generative sono già parte della quotidianità.
Ma cosa accade quando i genitori sono separati e sull’utilizzo della tecnologia non la pensano allo stesso modo?
Un genitore può autorizzare il figlio a usare un chatbot senza il consenso dell’altro? L’uso dell’intelligenza artificiale è una scelta ordinaria, come scaricare un’app, o una decisione educativa rilevante? E chi risponde se il minore riceve contenuti inadeguati, fornisce dati personali o utilizza l’AI per copiare a scuola?
Sono domande nuove, ma destinate a diventare sempre più frequenti nel diritto di famiglia.
A mio avviso, il primo errore in cui si può incappare è considerare l’AI solo come una semplice calcolatrice evoluta.
Un chatbot generativo non si limita a cercare informazioni: dialoga, suggerisce, corregge, interpreta, produce testi, immagini, riassunti, consigli e talvolta risposte emotivamente coinvolgenti. Può diventare supporto allo studio, ma anche fonte di dipendenza, disinformazione, isolamento o esposizione a contenuti non adatti all’età.
Non tutti gli strumenti di AI sono uguali. Alcuni sono pensati per l’apprendimento, altri per la conversazione libera, altri ancora per creare immagini, video, voci sintetiche o contenuti realistici. Alcuni richiedono la registrazione dell’utente, raccolgono dati personali, conservano conversazioni o prevedono limiti di età.
Per questo, quando si parla di minori, la domanda non dovrebbe essere solo: “Mio figlio può usare ChatGPT?”
La domanda più corretta è: “A quali condizioni l’uso dell’intelligenza artificiale è davvero compatibile con la sua età, la sua maturità e il suo benessere?”
Alcune piattaforme, ad esempio, hanno introdotto funzioni di controllo parentale per gli adolescenti e ciò rappresenta sicuramente un primo passo per un controllo genitoriale sull’utilizzo di questi strumenti.
Nel diritto di famiglia italiano, entrambi i genitori esercitano di regola la responsabilità genitoriale. Questo significa che le decisioni di maggiore interesse per i figli - istruzione, salute, educazione, residenza abituale - devono essere assunte di comune accordo.
L’uso dell’intelligenza artificiale non rientra ancora in una categoria giuridica tradizionale. Non è espressamente disciplinato come scelta scolastica, sanitaria o religiosa. Tuttavia, può incidere su molti aspetti della crescita del minore: apprendimento, privacy, metodo di studio, autonomia, esposizione a contenuti digitali, gestione del tempo online.
Per questo, in concreto, la risposta alla domanda iniziale può dipendere dal tipo di utilizzo di questi strumenti.
Se il minore usa occasionalmente un’app di traduzione o uno strumento di correzione grammaticale, potremmo essere nell’ambito delle scelte ordinarie della vita quotidiana. Se invece si tratta di autorizzare l’iscrizione a una piattaforma di AI, accettare condizioni d’uso, inserire dati personali, consentire conversazioni libere con chatbot o permettere un utilizzo continuativo per lo studio, la questione diventa più delicata.
In questi casi, soprattutto nelle famiglie separate, sarebbe opportuno che entrambi i genitori ne discutessero e prendessero una decisione condivisa.
Non perché ogni applicazione debba diventare oggetto di conflitto, ma perché l’educazione digitale oggi è parte integrante dell’educazione del figlio.
Immaginiamo una situazione frequente.
Il padre ritiene che l’intelligenza artificiale sia uno strumento utile: il figlio la usa per studiare inglese, correggere gli errori nei temi e preparare interrogazioni. La madre, invece, teme che il ragazzo smetta di ragionare autonomamente, copi i compiti o condivida informazioni personali.
Chi decide?
In linea generale, il genitore presso cui il figlio si trova può assumere le decisioni quotidiane. Tuttavia, quando la scelta incide su profili educativi, scolastici o di protezione dei dati, il consenso dell’altro genitore diventa importante se non addirittura fondamentale.
Se il disaccordo è serio e non superabile, la questione può essere portata all’attenzione del giudice, come accade per altre decisioni rilevanti riguardanti il minore. Ma prima del contenzioso, il passaggio più utile è spesso un altro: trasformare il conflitto in regole chiare.
Non basta dire “sì all’AI” o “no all’AI”. Serve chiedersi quale piattaforma può utilizzare il minore e per quali attività, con quali limiti di tempo, se può creare un account personale, condividere la necessità che un adulto supervisioni l’utilizzo e come comportarsi in caso di uso improprio.
In altre parole, l’intelligenza artificiale dovrebbe entrare nel dialogo educativo tra genitori, non diventare l’ennesimo terreno di scontro.
Uno degli aspetti più delicati riguarda i dati personali.
Quando un minore usa un chatbot o un’app educativa, può inserire molte informazioni: nome, età, scuola frequentata, problemi personali, immagini, voce, elaborati scolastici, racconti familiari, difficoltà emotive. Spesso lo fa senza percepire il valore di quei dati.
La normativa privacy riconosce ai minori una tutela rafforzata. In Italia, il minore che ha compiuto 14 anni può prestare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati personali per i servizi della società dell’informazione (social network o app); sotto i 14 anni, invece, il consenso deve essere prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale. Il Garante privacy richiama espressamente il limite dei 14 anni e la necessità di informative chiare, comprensibili anche per i minori.
Questo dato diventa ancora più rilevante nel caso di famiglie separate.
Se il figlio ha meno di 14 anni, l’iscrizione a un servizio online che tratta dati personali non dovrebbe essere gestita con leggerezza da un solo genitore, specialmente se l’altro ha espresso un dissenso motivato. Se il figlio ha più di 14 anni, la sua autonomia aumenta, ma non scompare il ruolo educativo dei genitori.
Avere 14 anni non significa essere lasciati soli davanti alla tecnologia. Significa, piuttosto, essere progressivamente accompagnati verso un uso più consapevole.
Un altro nodo riguarda i contenuti.
I chatbot possono commettere errori, fornire informazioni non aggiornate, dare risposte inappropriate o non comprendere la fragilità emotiva dell’utente. Alcuni strumenti simulano conversazioni affettive o relazionali, con un coinvolgimento psicologico maggiore rispetto a un normale motore di ricerca.
Negli ultimi anni le autorità si sono occupate proprio dei rischi dell’AI per i minori. Il Garante privacy italiano, ad esempio, è intervenuto più volte su servizi di chatbot e intelligenza artificiale, evidenziando criticità legate alla tutela dei minori, alla trasparenza e ai sistemi di verifica dell’età.
Questo non significa che ogni uso dell’AI di per sé stesso sia pericoloso. Significa però che l’adulto non può limitarsi a dire: “È solo tecnologia”.
Quando un figlio usa strumenti capaci di dialogare, influenzare, consigliare o generare contenuti, la responsabilità educativa dei genitori resta centrale.
Molti genitori reagiscono alla tecnologia con due atteggiamenti opposti: controllo totale o resa totale.
Il controllo totale può tradursi nella lettura costante delle conversazioni, nel divieto assoluto di usare certi strumenti, nella sorveglianza continua. La resa totale, invece, consiste nel lasciare il minore solo, perché “tanto i ragazzi ne sanno più di noi”.
A mio avviso entrambe le strade sono deboli.
Il punto è costruire fiducia. Non è vietare ogni innovazione, ma insegnare a usarla e farne comprendere i rischi e i limiti.
Il controllo può essere necessario, soprattutto per i bambini più piccoli o in presenza di rischi concreti. Ma con gli adolescenti deve trasformarsi progressivamente in accompagnamento, confronto e responsabilizzazione.
La vera protezione non è solo tecnica. È educativa.
Una proposta utile potrebbe essere l’integrazione del piano genitoriale.
La riforma del processo familiare ha valorizzato il piano genitoriale come strumento per descrivere abitudini, impegni, attività e organizzazione della vita dei figli. In questa prospettiva, sarebbe utile iniziare a pensare anche a una sezione digitale del piano genitoriale.
Non necessariamente un documento complicato. Anche poche regole condivise possono prevenire molti conflitti.
Un piano genitoriale digitale potrebbe disciplinare:
età e condizioni per l’uso di strumenti di AI;
piattaforme consentite e vietate;
uso dell’AI per i compiti;
divieto di inserire dati personali o immagini senza autorizzazione;
gestione delle password;
controlli parentali;
tempi di utilizzo;
comunicazione tra genitori in caso di problemi;
rapporti con la scuola;
regole su deepfake, immagini generate e contenuti offensivi;
revisione periodica delle regole in base all’età del figlio.
L’obiettivo non è burocratizzare la vita familiare, ma ridurre l’improvvisazione.
Perché quando le regole mancano, ogni episodio diventa una lite: il compito copiato, l’app scaricata di nascosto, la chat cancellata, l’immagine generata, il dato personale condiviso.
Un genitore che vuole affrontare il tema in modo equilibrato può iniziare da alcuni passaggi pratici.
Prima di tutto, informarsi. Non è necessario diventare esperti di tecnologia, ma è importante sapere quali strumenti usa il figlio, a cosa servono e quali dati raccolgono.
Poi, parlare con l’altro genitore. Anche se il rapporto è difficile, il tema merita un confronto specifico. L’AI non dovrebbe essere trattata come una questione secondaria se incide sul metodo di studio, sulla privacy e sull’equilibrio del minore.
Ancora, coinvolgere il figlio. Soprattutto se adolescente, non va trattato solo come destinatario di divieti. Può spiegare come usa l’AI, cosa gli è utile, cosa lo incuriosisce, cosa lo preoccupa.
Infine, stabilire regole scritte. Anche un semplice messaggio condiviso tra genitori può aiutare: quali app sono autorizzate, per quali usi, con quali limiti.
In alcuni casi, soprattutto quando il conflitto tra genitori è elevato, può essere utile inserire negli accordi di separazione o divorzio una clausola dedicata all’uso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale.
Naturalmente, ogni clausola dovrebbe essere adattata al caso concreto, all’età del figlio e al livello di conflittualità familiare.
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile, creativo, inclusivo e formativo.
Ma, come ogni strumento potente, richiede adulti presenti.
Nel contesto delle famiglie separate, il punto non è stabilire quale genitore sia “moderno” e quale sia “ansioso”. Il punto è comprendere che l’uso dell’AI riguarda l’educazione, la privacy, la scuola, l’autonomia e talvolta anche la sicurezza emotiva del minore.
Per questo, la decisione non dovrebbe essere lasciata al caso, né trasformata in una battaglia tra ex partner.
La domanda “mio figlio può usare ChatGPT?” ha una risposta più complessa di un semplice sì o no.
La risposta migliore è: può farlo, se gli adulti attorno a lui sanno accompagnarlo, proteggerlo e insegnargli a non delegare alla tecnologia ciò che resta profondamente umano: pensare, scegliere, dubitare, chiedere aiuto.
Rosaria Mingo
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Nota: l'immagine a supporto di questo articolo è una rappresentazione concettuale realizzata con l'Intelligenza Artificiale


Un tema che la prassi ci impone di affrontare, non più di rinviare.
E' stato colto quello che sta emergendo con crescente frequenza nei conflitti genitoriali. L'analisi è puntuale su un punto spesso sottovalutato: l'AI non è "neutra" come uno strumento didattico tradizionale, ma agisce su piani diversi (educativo, relazionale, privacy) che richiedono un inquadramento giuridico specifico.
Aggiungo un'osservazione dalla mia esperienza in aula: nei procedimenti di modifica delle condizioni di separazione o affido, i giudici sono ormai chiamati a valutare anche l'uso della tecnologia come elemento della capacità genitoriale. Un genitore che consente un uso incontrollato di chatbot generativi a un minore di 12 anni, senza alcuna supervisione né confronto con l'altro genitore, può incorrere in una valutazione negativa…
Il punto su cui ho deciso di focalizzarmi è quello in cui una questione nuova entra in uno spazio che non ha ancora una decisione condivisa.
Perché lì ciascuno rischia di agire secondo il proprio criterio, convinto di stare semplicemente esercitando la propria responsabilità. Il problema emerge dopo, quando quei comportamenti si incontrano e producono conseguenze diverse da quelle che ciascuno aveva previsto.
È una dinamica che conosco bene anche nelle organizzazioni: molte difficoltà nascono proprio nello spazio tra ciò che si pensa di aver deciso e ciò che le persone si sentono autorizzate a fare.
L’AI, in questo senso, porta una questione molto attuale dentro una dinamica di governance che conosciamo da tempo.