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Giorgia e la fatica di chiedere aiuto

  • Immagine del redattore: Avvocati Empatici
    Avvocati Empatici
  • 17 mar
  • Tempo di lettura: 3 min

“Dottoressa, mamma dice che sono stressata… lei deve aiutarmi”

“Mi piacerebbe, come posso aiutarti, Giorgia?”

“Tu scrivi che io ho disturbi d’ansia, io lo porto a scuola e basta, così mamma è contenta”

“Non mi ha parlato di disturbi d’ansia, come si manifestano?”

“Non voglio parlare con te, io voglio solo che tu mi dia il pezzo di carta, mamma ti paga e basta”

“Mi spiace ma io così non posso aiutarti”.

“Allora sei inutile, non serve a niente, voglio andarmene”.

Questo è stato il colloquio più breve e surreale della mia carriera da Psicologa, 

avvenuto proprio all’inizio quando cominciavo ad affacciarmi alla clinica in uno studio privato. 

Ho voluto raccontarvelo perché credo sia un ottimo spunto per riflettere sulle attese e speranza che vengono riversate in un percorso psicologico e le fatiche che ci sono ad iniziarlo.

Confrontandomi, all’epoca, con il mio supervisore mi interrogai se fosse stato davvero solo un approccio opportunistico o se era una richiesta di aiuto che io non seppi cogliere o che Giorgia non mi permise alla fine di accogliere.

Io in questa ragazzina dagli occhi cupi, spalle curve ma testa dritta, ci avevo visto una fatica enorme, ma non ho mai saputo quale fosse.

Al primo incontro spesso si giocano tutte le carte: da una parte il paziente guardingo lancia le sue sfide con poche informazioni e tante convinzioni, dall’altra il terapeuta fa l’equilibrista tra rinforzi, aperture e domande… E poi arriva la promessa: questo percorso può portarci lì, e il paziente deve crederti sulla parola, ma non ti conosce e tu hai avuto 45/60 minuti per conquistare almeno il beneficio del dubbio.

Negli anni dopo ho incontrato altre Giorgia, persone che al primo incontro sedevano scomode sulla mia poltrona, molto controllate nelle prime comunicazioni, e soprattutto molto preoccupate: sarei stata davvero in grado di aiutarle? Alcune risposero “NO” a priori, non fissarono mai il secondo appuntamento.

La mia speranza che non abbiano però rinunciato a chiedere aiuto, perché so che ci vuole una determinazione e un coraggio notevole per comporre il mio numero di telefono e poi presentarsi a quell’appuntamento. 

Ma perché non si ha la stessa fatica a prendere appuntamento dal nutrizionista o dall’osteopata? 

In fondo anche questi specialisti intervengono non solo su eventi che sono capitati come un’infezione o una malattia ma spesso trattano conseguenze di nostre routine e scelte …

Cosa pesa di più: il pregiudizio? La sfiducia nel percorso? La paura del fallimento? Il lavoro necessario? 

E se in tutto questo quadro si inserisce poi l’invio coatto? Mi è capito di avere ragazzi mandati “a forza” dai genitori, e con pochissimi ho potuto lavorare; con alcuni ci siamo solo conosciuti e dopo anni sono tornati, perché pronti loro a lavorare insieme; con altri invece ho avuto un ruolo da mediatore tra loro e i genitori invianti; altri dopo una seduta di puro silenzio hanno rinunciato.

Io, come terapeuta, credo che ogni occasione per offrire una possibilità di aiuto sia preziosa … io tendo la mano, tu decidi se accettarla e se la rifiuti magari un giorno ti ricorderai che ero pronta ad aiutarti… e forse il solo sapere che c’è chi potrebbe e desidera aiutarti ti fa sentire meno solo e non totalmente privo di speranze.

Voi cosa ne pensate?


Chiara Santi



3 commenti

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Rosaria Mingo
Rosaria Mingo
17 mar

Questo racconto colpisce perché mette a nudo una dinamica che, come anche noi come avvocati, conosciamo molto bene: quando una persona arriva nel nostro studio, raramente porta solo un “problema tecnico”. Porta aspettative, diffidenze, paure, richieste implicite e, a volte, una soluzione già confezionata che vorrebbe sentirsi confermare.

Giorgia chiede un “pezzo di carta”, non un percorso. Come spesso accade anche nel diritto, il cliente può chiedere un atto, una diffida, una causa. Ma dietro quella richiesta formale può esserci molto altro: bisogno di essere ascoltato, di essere legittimato, di non deludere qualcuno, di non sentirsi sbagliato.

Il primo incontro è uno spazio delicatissimo. In pochi minuti si gioca la possibilità di costruire fiducia. E la fiducia, prima ancora della…

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Veronica Spinella
Veronica Spinella
17 mar
Valutazione 5 stelle su 5.

Il racconto di Giorgia tocca un punto che vedo spesso anche fuori dalla clinica: la difficoltà di affidarsi a un percorso di supporto quando questo implica esporsi davvero.

Rispondendo alla tua domanda finale, credo che la differenza rispetto ad altri professionisti stia proprio qui.Con un nutrizionista o un osteopata il problema appare “tecnico”.

Quando invece il percorso riguarda pensieri, scelte, relazioni o modalità di stare nelle situazioni, la sensazione cambia: significa accettare di guardare qualcosa di più profondo.

Ed è qui che nasce la resistenza.

Nel lavoro con imprenditori, manager e persone che attraversano momenti di cambiamento, incontro spesso la stessa dinamica: la richiesta di aiuto diventa possibile da lavorare solo quando la persona sente che non perderà il controllo…

Modificato
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BARBARA SPINELLA
BARBARA SPINELLA
17 mar
Valutazione 5 stelle su 5.

Da avvocato che si occupa di diritto di famiglia, questo racconto centra un punto che vedo spesso anche nelle aule di tribunale: quando un ragazzo arriva “mandato” e non ha “scelto”, il rischio è che tutto si riduca a un adempimento. Un foglio, una formula, una scorciatoia per placare un conflitto familiare.

Ma né il diritto né la clinica funzionano bene come distributori di soluzioni rapide.

Nel lavoro con i minori, l’idea chiave è l’autodeterminazione: un adolescente non è un “allegato” del genitore, è una persona con una propria voce. Il ruolo degli adulti (genitori, avvocati, terapeuti) dovrebbe essere quello di creare le condizioni perché quella voce possa emergere, non sostituirla. Forzare un percorso può essere inevitabile in alcune situazioni…


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