Il tempo dell’infanzia condiviso: quando il calendario diventa conflitto
- Avvocati Empatici

- 13 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Nelle storie di separazione e divorzio, la vera contesa non riguarda soltanto le grandi questioni patrimoniali o gli accordi formali. Spesso il cuore del conflitto si sposta su qualcosa di apparentemente semplice: il tempo. Chi accompagna il bambino a scuola? Chi sceglie lo sport, le vacanze, le attività extrascolastiche? E soprattutto, quanto tempo ciascun genitore “ha” con il figlio? Queste domande, solo in apparenza pratiche, nascondono una trama più profonda: il bisogno di riconoscimento, la paura di perdere il ruolo genitoriale, il senso di esclusione dalla quotidianità affettiva dei figli.
Il diritto tenta di dare forma a tutto questo con termini neutri — tempi di permanenza, diritto di visita, collocamento — ma dietro la neutralità del linguaggio giuridico si muovono emozioni forti e talvolta irrisolte. L’affidamento condiviso, ormai principio cardine della materia, esprime un intento alto: garantire a ogni bambino il diritto di mantenere con entrambi i genitori un rapporto equilibrato e costante. Tuttavia, nella pratica quotidiana, l’equità del tempo non è sempre sinonimo di equilibrio del legame. Ciò che appare una questione di orari spesso rivela una contesa simbolica sul riconoscimento e sulla continuità del ruolo genitoriale.
Quando la coppia si dissolve, le differenze affettive si spostano sul piano organizzativo. L’accordo sui giorni e sugli orari diventa, inconsapevolmente, il campo di battaglia delle ferite personali. Il genitore che si è sentito messo da parte nella relazione tenta di “recuperare spazio” attraverso il calendario; chi ha vissuto un tradimento o un abbandono cerca di ritrovare controllo nei dettagli della routine dei figli. Il conflitto che non si è potuto risolvere nella coppia si ricrea nella genitorialità, vestendo abiti apparentemente pratici ma profondamente emotivi.
Quando queste tensioni diventano persistenti, il giudice può disporre una Consulenza Tecnica d’Ufficio o indagini a cura dei servizi sociali. È un passaggio delicato, spesso inevitabile, ma che deve essere gestito con grande consapevolezza. La CTU (Consulenza tecnica d’Ufficio) non serve a stabilire chi abbia “ragione”, bensì a restituire una fotografia realistica del mondo interno ed esterno dei minori e dei loro genitori. Si tratta di un’indagine tecnica ma anche relazionale, che esplora le dinamiche familiari per aiutare il giudice a comprendere cosa davvero serve al benessere dei figli. Non si tratta di dare etichette psicologiche, ma di capire se il conflitto genitoriale rischia di divenire terreno di pressione emotiva o di lealtà divisa per il minore.
Talvolta, tuttavia, la CTU viene sovraccaricata di aspettative: si pensa che possa risolvere ciò che è, in realtà, un dolore relazionale. La consulenza può accertare disfunzioni, ma non può trasformare la qualità di un legame. Quando il disagio nasce dall’incapacità di comunicare o dal rancore, più che da una reale inidoneità genitoriale, strumenti come la mediazione familiare o la coordinazione genitoriale si rivelano più efficaci. In quei contesti è possibile restituire ai genitori la responsabilità di ricostruire un dialogo minimo, di riconoscere i bisogni reciproci e di spostare lo sguardo dal passato al futuro dei figli.
Il bambino, al centro di queste dinamiche, rischia di diventare la misura del conflitto. Eppure, il tempo dell’infanzia non appartiene ai genitori: appartiene solo a lui. Non esiste “il mio weekend” o “la tua settimana”, ma l’esigenza di una continuità affettiva che assicuri sicurezza, routine, prevedibilità. È compito del diritto, e di chi lo pratica, ricordarlo costantemente.
Le ore contano, ma contano di più la fiducia, la stabilità e la disponibilità emotiva degli adulti che accompagnano la crescita.
La riforma Cartabia ha offerto strumenti più agili e una visione moderna dell’affidamento condiviso, ma nessuna norma può sostituire l’apprendimento di una vera cultura della bigenitorialità. Questa cultura si fonda su un principio semplice ma impegnativo: condividere non significa dividere, ma collaborare. Perché il tempo dei figli non si spartisce, si custodisce insieme. L’introduzione del curatore speciale nella procedura ha il compito, intanto, di trovare un rappresentante legale del minore senza che quest’ultimo diventi uno strumento tra i genitori e dall’altro dovrebbe proprio per tale motivo divenire uno stimolo per le parti di attenzionarsi sul proprio modo di esprimere la genitorialità nei confronti dell’altro
In questa prospettiva, l’avvocato che si occupa di famiglia non è solo interprete delle norme, ma anche custode di equilibrio. Egli traduce in linguaggio giuridico le emozioni che emergono nei momenti più fragili delle relazioni, promuove soluzioni sostenibili, indirizza verso percorsi di mediazione quando la via giudiziaria rischia di amplificare il dolore. Essere avvocato di famiglia significa, anche, aiutare i genitori a comprendere che un rapporto interrotto come coppia può trasformarsi in una nuova forma di alleanza come genitori.
Il tempo dell’infanzia è breve, prezioso, non rinnovabile. Decidere come abitarlo è una delle responsabilità più grandi. Il compito del diritto, e di chi lo esercita, è quello di restituire senso e umanità a quel tempo, ricordando che al centro di ogni calendario non c’è un orologio, ma un bambino che aspetta di essere semplicemente amato e riconosciuto da entrambi.
Barbara Spinella


Trovo questo nel post appena letto di Barbara: se sono offuscato dalla frustrazione che mi ha portato alla separazione ho bisogno di essere guidato da chi questo velo davanti agli occhi non ce l'ha....
Immaginate di alzarvi e avere la vista annebbiata, ma voler/dover aiutare vostro figlio, cosa fareste se ci fosse accanto a voi una persona fidata? Io chiederei una mano, mi fari accompagnare perché io non ci vedo bene, lei sì...accompagnare non sostituire.
Barbara scrive: "l’esigenza di una continuità affettiva che assicuri sicurezza, routine, prevedibilità"
...un esigenza che spetta all'adulto riconoscere perché il bambino / ragazzo non sa di averne bisogno.
Spesso crede di dover aver un ruolo attivo, perché è questo che gli viene chiesto... gli vien…
Un contributo lucido e profondamente umano, che ricorda come dietro i “tempi” e le regole dell’affidamento si muovano vissuti emotivi complessi e spesso non elaborati. Condivido l’idea che il vero centro non sia la divisione del calendario, ma la capacità degli adulti di custodire insieme il tempo dell’infanzia, sottraendolo al conflitto. Il diritto, quando è accompagnato da consapevolezza relazionale e responsabilità genitoriale, può diventare uno strumento di tutela reale e non solo formale del benessere dei figli.
Questo contributo tocca uno dei punti più sensibili e meno dichiarati del diritto di famiglia: il tempo come luogo simbolico del conflitto.Non il tempo in senso astratto, ma il tempo quotidiano, concreto, quello fatto di accompagnamenti, rituali, attese, presenza. È lì che spesso si gioca la partita più delicata dopo una separazione.
Nel lavoro che svolgo con persone, famiglie e sistemi relazionali, osservo come il calendario diventi facilmente il contenitore di emozioni non elaborate: senso di esclusione, paura di perdere il proprio ruolo, bisogno di essere riconosciuti come genitori “validi”. Il rischio è che il tempo venga usato per compensare ferite adulte, trasformando il figlio in un involontario regolatore emotivo.
La chiarezza con cui viene spiegato il ruolo della CTU…