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La crisi è passata. Le vecchie regole sono ancora in vigore?

Immagine del redattore: Avvocati Empatici
Avvocati Empatici
9 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

"Ma allora, a cosa è servito tutto questo?"

È una domanda che può arrivare dopo mesi di discussioni, decisioni difficili e accordi finalmente raggiunti.

In azienda, ad esempio, quando il passaggio generazionale è stato definito, ma il fondatore continua a intervenire sulle decisioni importanti.

In famiglia, quando dopo una separazione anche una variazione nell'organizzazione quotidiana riapre una discussione che sembrava conclusa.

I ruoli sono stati ridefiniti, gli accordi raggiunti, le responsabilità chiarite. Eppure, alla prima difficoltà, qualcosa riporta tutti al punto di partenza.

Il successore aspetta una conferma. Il fondatore interviene. Il collaboratore torna a rivolgersi a chi ha sempre deciso.

Oppure un cambiamento negli accordi diventa l'occasione per riprendere una discussione precedente, mentre la questione concreta resta ancora da risolvere.

La situazione è cambiata, ma il modo di affrontarla è rimasto lo stesso.

Quando l'emergenza finisce, il potere può restare

Durante una crisi, concentrare le decisioni può essere necessario. Chi ha esperienza prende in mano la situazione, gli altri si affidano a lui e le scelte vengono prese rapidamente.

La difficoltà emerge quando questa modalità continua anche dopo che le condizioni sono cambiate.

In un'impresa familiare, il passaggio generazionale è stato formalizzato. Il successore ha un ruolo definito e le deleghe sono state assegnate.

Poi arriva una decisione rischiosa.

Il successore cerca il fondatore. Il fondatore conosce la situazione e interviene per risolvere rapidamente la questione. Il collaboratore si adegua.

Il problema viene risolto. Il successore però ha appena sperimentato che, davanti a una scelta difficile, chiedere conferma è più sicuro che decidere. Il fondatore ha verificato che il suo intervento è ancora decisivo. Il collaboratore ha ricevuto un'ulteriore conferma su chi ha davvero l'ultima parola.

Nessuno deve aver deciso di ostacolare il cambiamento. Eppure, attraverso comportamenti comprensibili presi singolarmente, il vecchio assetto continua a riprodursi.

Le deleghe sono cambiate. Il criterio con cui vengono prese le decisioni, invece, è rimasto lo stesso.

Quando un accordo deve fare i conti con la vita quotidiana

Dopo una separazione, gli accordi definiscono responsabilità e modalità di gestione dei figli. Poi cambia un orario, emerge un imprevisto, bisogna organizzare un fine settimana.

Una questione pratica riapre una discussione precedente. Si torna a parlare di ciò che è successo, delle responsabilità passate, di chi avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Intanto, la decisione da prendere resta sullo sfondo.

Può accadere che entrambi vogliano rispettare gli accordi e che, nello stesso tempo, ogni variazione diventi difficile da gestire.

Una richiesta viene interpretata come una pretesa. Un rifiuto viene letto alla luce dei contrasti precedenti. La risposta al singolo episodio finisce così per alimentare la questione che si vorrebbe lasciarsi alle spalle.

Gli aspetti giuridici richiedono le valutazioni dei professionisti competenti. Nella vita quotidiana resta da affrontare un'altra difficoltà: dare seguito agli accordi quando le circostanze cambiano.

Un'intesa può essere chiara e lasciare comunque aperto il modo in cui gestire ciò che non era stato previsto.

Il problema non si mantiene da solo

Un'impresa e una famiglia hanno responsabilità, vincoli e obiettivi differenti.

Non sono situazioni sovrapponibili. In entrambe, però, può crearsi una distanza tra ciò che è stato deciso e ciò che le persone continuano a fare.

Una delega viene chiarita, ma il responsabile continua a chiedere autorizzazioni. Una riunione definisce nuove modalità di lavoro, ma alla prima urgenza tutti tornano a rivolgersi alla stessa persona. Un accordo viene aggiornato, ma ogni imprevisto riporta la discussione sul passato.

A quel punto, la tentazione è intervenire ancora: aggiungere una regola, chiarire una responsabilità, convocare un altro confronto.

Prima, però, vale la pena osservare che cosa accade quando il problema si presenta.

Chi prende l'iniziativa? Chi aspetta? Chi interviene per risolvere? E che cosa fanno gli altri dopo quell'intervento?

La sequenza conta.

Se il fondatore decide ogni volta al posto del successore, quest'ultimo ha poche occasioni per consolidare la propria autonomia. Se ogni variazione di un accordo riporta la discussione alle ragioni del conflitto, diventa sempre più difficile affrontare il problema pratico per quello che è.

La risposta di una persona influenza quella successiva. Le reazioni si alimentano a vicenda e il modo abituale di affrontare una difficoltà finisce per rafforzare proprio la situazione che si vorrebbe cambiare.

Basta che la stessa sequenza si ripeta perché il vecchio equilibrio continui a funzionare, anche quando nessuno lo ha scelto consapevolmente.

Il cambiamento si misura quando qualcosa va storto

Finché tutto procede come previsto, un nuovo equilibrio può sembrare consolidato. È quando arriva un imprevisto, qualcuno non è d'accordo o una decisione comporta un rischio che emergono le modalità ancora in vigore.

Il fondatore lascia al successore una decisione difficile, anche se avrebbe scelto diversamente? Il successore riesce ad assumersi la responsabilità senza cercare ogni volta una conferma? I collaboratori riconoscono il nuovo ruolo anche quando il fondatore è presente?

Dopo una separazione, è possibile affrontare una variazione pratica senza trasformarla in una nuova discussione sul passato?

Sono contesti diversi, ma in entrambi il cambiamento deve trovare spazio nelle azioni quotidiane e nelle risposte delle persone coinvolte.

Non basta che qualcuno cominci a comportarsi diversamente. Occorre che anche gli altri smettano di riportarlo, ogni volta, nella posizione che occupava prima.

Il nuovo equilibrio prende forma quando una responsabilità viene davvero esercitata, una decisione regge anche davanti a una difficoltà e un imprevisto può essere affrontato senza tornare automaticamente alle vecchie modalità.

Si può aver chiuso una crisi, formalizzato un passaggio o raggiunto un accordo. 

La prova arriva dopo.

Se, davanti alla stessa difficoltà, tutti tornano a fare ciò che facevano prima, il cambiamento non è ancora arrivato dove serviva.


Veronica Spinella

Consulente di Direzione | Coach | Formatrice


Nota: l'immagine a supporto di questo articolo è una rappresentazione concettuale realizzata con l'Intelligenza Artificiale



 
 
 

1 commento

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BARBARA SPINELLA
BARBARA SPINELLA
4 ore fa
Valutazione 5 stelle su 5.

Leggo questo articolo con gli occhi di chi accompagna famiglie in separazione o ricomposizione dopo una crisi, e trovo che colga un punto centrale nel diritto di famiglia: la sentenza non è il traguardo, è il punto di partenza.

Quante volte un giudice omologa un accordo, stabilisce un affidamento condiviso, ridefinisce i ruoli genitoriali e poi, nella quotidianità, nulla cambia davvero? Il genitore che "sulla carta" ha pari responsabilità continua a essere consultato per ultimo. I figli, soprattutto, restano nella stessa posizione, spesso mediatori dell'equilibrio familiare, anche quando l'accordo prevedeva il contrario.

Il diritto può formalizzare un passaggio, ma non può imporre un nuovo equilibrio relazionale. Quello si costruisce (o si disfa) nelle piccole azioni quotidiane: in chi viene chiamato…

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