top of page

Matilde: un testamento rivelatore

  • Immagine del redattore: Avvocati Empatici
    Avvocati Empatici
  • 9 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

E’ il 16 luglio 2009, presso l’ospedale di San Donato, Francesca, settantotto anni, fa un cenno alla figlia, Matilde di trentanove anni, prima di entrare in sala operatoria. E’ l’ultima possibilità, o la va o la spacca… 

Dopo sei ore il medico esce e incrocia gli occhi di Matilde: <<mi dispiace, abbiamo fatto il possibile…>>, le altre parole Matilde non le ricorda, sa solo di aver chiuso gli occhi e aver detto addio alla madre.

Il decorso dei giorni successivi è tristemente normale e noto, fino al 2 settembre 2009 quando Andrea, fratello di Matilde, la chiama e le dice che la madre ha lasciato un testamento olografo, e che vorrebbero fissare un appuntamento con un notaio per registrarlo e procedere quindi con la divisione dei beni di Francesca.

Un testamento? Per Matilde è una cosa nuova, il padre era mancato già dieci anni prima e avevano diviso tutto in tre, ma non si preoccupa, anzi ringrazia in cuor suo la madre per aver facilitato quella situazione perché lei e suo fratello hanno una gestione diversa dei beni e dividerli sarebbe stato molto difficile.

E’ il 20 di Dicembre quando Matilde viene da me, mi viene inviata dal suo medico di base perché ha sviluppato una grave gastrite ulcerosa che non sembra avere origini somatiche.

La vita di Matilde e il suo contesto lavorativo sono la causa principale, ed su questo che lavoreremo nei mesi successivi. Ma con voi vorrei condividere questa piccolissima porzione di lavoro fatta proprio per le conseguenze psicologiche di quel nefasto testamento.

Francesca ha deciso di lasciare la casa di infanzia ad Andrea, come anche i quadri che il padre aveva acquistato dopo la prima guerra mondiale, mentre a Matilde solo i gioielli. La motivazione addotta era che Andrea, avendo lasciato la casa a soli ventidue anni per studiare all’estero, non aveva avuto modo di godersela come invece aveva fatto Matilde che aveva assistito la madre fino al giorno del suo ricovero, vivendo sempre con lei.

Matilde ha vissuto questo gesto come un mancato riconoscimento della sua dedizione verso la madre, accusando se stessa di non essere stata in grado di sottolineare il valore dei suoi gesti, e leggendo in questa decisione una sentenza di inadeguatezza nel ruolo di caregiver

Nel lavoro fatto con Matilde, tanto è stato fatto affinché non si vivesse più come vittima impotente, ma che imparasse a trovare la forza nel far riconoscere il suo io, nel far valere il suo operato… certo prima ha dovuto riconoscersi per prima, facendo un gran lavoro di ricostruzione dell’autostima.

Ci sono voluti tre anni, e un test di gravidanza positivo, ma alla fine Matilde  oltre a cambiare lavoro e stile di vita, approfittando dell’uscita forzata di casa, ha anche deciso di impugnare il testamento. Non so dirvi come è finita legalmente ma so che la lotta per riconoscere il suo valore l’ha rinforzata e resa oggi una persona diversa, più consapevole e in un certo senso più serena.

Abbiamo tanto lavorato sul suo rapporto con la madre e sulla motivazione di quella sua scelta, specie quando ha deciso di costruirsi una sua famiglia, e la chiave di volta è stato slegare il sentimento dall’azione. Noi partiamo dall’azione di qualcuno verso di noi, ne interpretiamo il suo significato e da esso deduciamo il sentimento o il giudizio che l’altro ha sulla nostra persona. Spesso non vogliamo (a volte non possiamo) confrontarci per vedere se le nostre deduzioni logiche sono corrette, su questo pecchiamo spesso di grande presunzione. 

Il fatto è che da queste nostre deduzioni poi seguono scelte e reazioni che portano su strade che poi si rivelano inconsistenti perché puntellate su credenze scorrette. Il dialogo e il confronto sono le uniche armi possibili per combattere la nostra presunzione di sapere, e poi c’è l’accettazione perché noi abbiamo il diritto di essere come ci sentiamo ma ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, anche su di noi. 

Se poi questo libero pensiero ci lede allora c’è la giustizia a cui rivolgersi.


4 commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
Rosaria Mingo
Rosaria Mingo
09 dic 2025

La storia di Matilde tocca corde profonde, quelle che molti di noi, in silenzio, cercano di non far vibrare. Racconta quanto il legame tra genitori e figli sia complesso, fragile, spesso ingarbugliato in gesti che non sempre corrispondono alle intenzioni. Il testamento di Francesca non è stato solo una divisione di beni: per Matilde è diventato uno specchio, a volte crudele, in cui ha creduto di vedere il proprio valore messo in discussione.

Ed è questo forse l’aspetto più doloroso: quando interpretiamo le azioni delle persone che amiamo come giudizi sul nostro essere, sulle nostre scelte, sulla nostra dedizione. Senza poter chiedere, senza poter chiarire, ci ritroviamo a costruire castelli emotivi su fondamenta fragili.

Questa storia ci ricorda l’importanza del…

Mi piace

chiara santi
chiara santi
09 dic 2025
Valutazione 5 stelle su 5.

Agire gratuito vs Agire con scopo… si possono dividere queste due cose? E il prendersi cura di un genitore come lo definiamo?

Direi che tutti o quasi risponderebbero “agire gratuito”: “glielo dobbiamo”, “è giusto così”, “è una condizione naturale buona, i genitori ci curano quando noi da soli non riusciamo, poi tocca a noi prenderci cura di loro”… eppure mi chiedo quanti di voi leggendo la storia di Matilde la penserebbero ancora così?

Il lavoro fatto con Matilde è stato molto sul distinguere l’amore gratuito dal senso di giustizia.

Amare e curare devono essere gesti di cuore, anche se non per questo meno gratificanti, sono parte di una relazione dove si dà e si riceve, ma non denaro… non può…

Mi piace

Membro sconosciuto
09 dic 2025

Il caso di Matilde tocca una delle dinamiche più profonde e più delicate delle relazioni familiari: la ricerca di riconoscimento. Quando un gesto, una scelta o un’eredità vengono interpretati come un giudizio sul proprio valore, la ferita che si apre non riguarda l’oggetto in sé, ma l’identità.

Nella mia esperienza nei percorsi di sviluppo organizzativo e nei passaggi generazionali, incontro spesso questa stessa dinamica in altre forme: un’eredità divisiva, un ruolo non riconosciuto, un gesto che viene letto come un “tu non meriti abbastanza” .E ogni volta il nodo è lo stesso: l’azione viene trasformata in un giudizio, e quel giudizio diventa la lente attraverso cui la persona si percepisce.

Il lavoro descritto mette in luce un passaggio cruciale: prima…


Mi piace

BARBARA SPINELLA
BARBARA SPINELLA
09 dic 2025

Il caso di Matilde è un esempio lampante di come un testamento non sia mai solo una questione di beni. Dietro le volontà scritte, spesso si nascondono equilibri familiari delicati, emozioni taciute e decisioni che rivelano il loro vero peso solo con l’apertura dell’eredità.

Nel diritto delle successioni, le disparità tra fratelli, specie quando uno ha dedicato anni alla cura di un genitore, richiedono sempre un’analisi accurata. Non si tratta soltanto di controllare se le quote di legittima siano rispettate, ma anche di capire se dietro certe scelte si celino influenze indebite, fragilità emotive o motivazioni mai dichiarate apertamente.

La legge mette a disposizione strumenti precisi per ristabilire la giustizia: tutto parte da un gesto fondamentale ovvero non accettare passivamente…


Mi piace
bottom of page