Quando il silenzio fa più danni di una parola sbagliata: conflitti relazionali, comunicazione e responsabilità.
- Avvocati Empatici

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Ci sono conflitti che non nascono da una parola detta male. Nascono da una parola che non è mai stata detta.
Nel lavoro che svolgo con persone e organizzazioni, emerge spesso un dato chiaro: il silenzio non è mai neutro, soprattutto nei conflitti relazionali e professionali.
Viene scelto per prudenza, per rispetto, per evitare tensioni. Ma, nel tempo, diventa uno dei principali fattori di deterioramento della comunicazione.
Il silenzio sembra proteggere. In realtà, accumula.
Ogni parola non detta lascia spazio all’interpretazione. Ogni chiarimento evitato diventa supposizione. Ogni emozione trattenuta non scompare: cambia forma.
Si trasforma in distanza, rigidità, conflitto latente.
Quando il silenzio precede il conflitto
Quando arriva un evento critico – una decisione improvvisa, una firma, una scelta che rompe un equilibrio –quel silenzio accumulato esplode.
E lo fa quasi sempre in modo sproporzionato rispetto all’evento che lo ha innescato.
A quel punto non si discute più del fatto in sé. Si discute di tutto ciò che non è mai stato nominato prima.
Molti conflitti che approdano su un piano giuridico non nascono come conflitti legali. Nascono come fratture relazionali non affrontate.
Il diritto interviene quando la comunicazione si è interrotta. Quando la parola è diventata troppo carica, troppo faticosa, troppo pericolosa. Quando il silenzio ha lavorato a lungo.
In questi casi, ciò che emerge non è solo una questione di diritti o doveri. È una richiesta di riconoscimento, di ascolto, di legittimazione emotiva.
Dire o non dire: una falsa alternativa
Il silenzio viene spesso giustificato come scelta di maturità:
“Meglio non dire nulla”
“Non è il momento”
“Non serve riaprire vecchie questioni”
Ma il silenzio non chiude. Rimanda. E ciò che viene rimandato, nel tempo, si irrigidisce.
Una parola sbagliata può essere chiarita, riformulata, riparata. Il silenzio, invece, lascia spazio solo all’interpretazione .E l’interpretazione, se non viene verificata, diventa verità soggettiva.
Parlare non significa aggredire. Tacere non significa proteggere.
La maturità relazionale non sta nel trattenere tutto, ma nel trovare parole sufficientemente vere da non tradire se stessi e sufficientemente rispettose da non distruggere l’altro.
Il silenzio come scelta consapevole
Esiste anche un silenzio sano. È quello scelto, non subito.
È il silenzio che prepara una parola più chiara, non quello che la sostituisce.
Ma questo richiede consapevolezza e domande scomode:
Sto tacendo per rispetto o per paura?
Questo silenzio sta creando spazio o distanza?
Sto evitando un conflitto o sto rinunciando a una parte di me?
Evitare il conflitto non significa risolverlo. Significa solo rinviarlo, spesso rendendolo più complesso.
Una responsabilità condivisa
Nel lavoro di accompagnamento, il punto non è “far parlare tutti”. È aiutare ciascuno a riconoscere cosa non sta dicendo e perché.
Ogni relazione si regge su un equilibrio delicato tra ciò che viene espresso e ciò che viene trattenuto.
Quando questo equilibrio si rompe, raramente è per una parola detta male. Molto più spesso è per un silenzio durato troppo a lungo.
E il silenzio, a differenza delle parole, non lascia tracce visibili.
Lascia conseguenze profonde.
Veronica Spinella


Sempre più spesso si legge del silenzio e delle parole non dette quali cause della fine di relazioni affettive ma anche di collaborazione...
È importante sottolineare la fatica di formulare quel pensiero e come il silenzio sia una meravigliosa scorciatoia
Ma è anche importante riconoscere l'esistenza di un silenzio sano...
In questo contributo trovo importante anche aver sottolineato la sua esistenza e il rispetto che merita.
Questo contenuto coglie un aspetto che noi avvocati osserviamo quotidianamente, spesso quando è ormai tardi per intervenire in modo diverso dalla via giudiziaria.
L'affermazione centrale del post — che molti conflitti giuridici nascano come fratture relazionali non affrontate — trova riscontro nella pratica professionale. Nelle controversie societarie tra soci, nelle successioni tra coeredi, nei rapporti di lavoro deteriorati, la domanda giudiziale raramente riguarda solo l'oggetto formale della lite. Dietro una richiesta di risarcimento o di adempimento contrattuale si celano spesso anni di aspettative deluse, comunicazioni mancate, riconoscimenti negati.
Il diritto, per sua natura, traduce questi vissuti in categorie: inadempimento, danno, responsabilità. È uno strumento necessario, ma opera su un piano diverso da quello in cui il conflitto si è originato.…