Quando tuo figlio dice "no" e ha ragione: vaccini, scuola, identità: cosa succede se un adolescente la pensa diversamente dai genitori?
- Avvocati Empatici

- 14 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
C'è un momento che ogni genitore conosce: quando "perché lo dico io" smette di funzionare. Non per ribellione, ma perché tuo figlio sta diventando una persona, con idee e valori propri.
Il problema nasce quando questa divergenza riguarda scelte importanti — salute, educazione, identità — e il figlio non ha ancora diciotto anni. Un quindicenne vuole vaccinarsi ma i genitori sono contrari. Una quattordicenne vuole iniziare un percorso di affermazione di genere ma la famiglia si oppone. Un sedicenne è costretto in una scuola religiosa che sente estranea.
Chi decide?
Oggi la risposta è semplice: decidono i genitori. Sempre. È la responsabilità genitoriale.
Il sistema sa intervenire quando i genitori sono violenti o inadeguati.
Ma quando la famiglia funziona benissimo e c'è semplicemente un disaccordo profondo con un figlio lucido e consapevole?
Lì non esistono strumenti. Situazioni in cui nessuno ha torto in senso assoluto, ma qualcuno soffre.
La Convenzione ONU del 1989 ha introdotto l'autonomia progressiva: la capacità di autodeterminarsi cresce gradualmente, e con essa dovrebbe crescere il rispetto per le scelte del minore. Non esiste un interruttore che scatta a mezzanotte dei diciotto anni.
L'Italia ha firmato quella Convenzione, ma non ha costruito quasi nulla per renderla effettiva.
In Gran Bretagna vale la Gillick competence: un minore di sedici anni può decidere sulla propria salute se dimostra maturità sufficiente. Conta la capacità reale, non l'età.
In Germania, a quattordici anni si può scegliere la propria religione. I genitori non possono opporsi.
In Olanda, tra i dodici e i sedici anni, se i genitori rifiutano un trattamento importante e il figlio lo vuole, il medico può procedere.
In Francia, un minore può rivolgersi direttamente al Défenseur des droits se ritiene violati i suoi diritti. Ha una porta a cui bussare.
In Italia? Nessuna porta. Solo aspettare.
I percorsi di affermazione di genere sono lunghi e accompagnati da specialisti.
Eppure, se i genitori si oppongono, il minore non può fare nulla — anche se un'équipe ritiene quel percorso nel suo interesse, anche se la sofferenza è evidente.
La legge dice che la volontà del minore deve essere "tenuta in considerazione". Ma tenere in considerazione non significa rispettare.
Lo stesso vale per la scuola o lo sport imposto: infelicità quotidiana che il sistema non riconosce.
Non si tratta di togliere autorità ai genitori, ma di riconoscere che guidare non significa imporre.
Una proposta: estendere l'uso del curatore speciale anche ai conflitti in famiglie funzionanti.
Il curatore rappresenterebbe la voce del ragazzo davanti a un giudice.
Non una vittoria automatica del minore, ma uno spazio di ascolto vero.
Un'altra: fissare soglie diverse per decisioni diverse, invece di un unico traguardo ai diciotto anni.
In parte già accade — un sedicenne può lavorare, un quattordicenne risponde penalmente — ma manca una visione d'insieme.
Dove finisce la protezione e dove inizia la costrizione?
Per un ragazzo che vive una sofferenza profonda, tre anni di attesa possono lasciare segni che durano. Non si tratta di creare adolescenti senza limiti. Si tratta di riconoscere che, su alcune questioni fondamentali, la maturità può arrivare prima della maggiore età.
Sto proteggendo mio figlio, o la mia idea di come dovrebbe essere?
È una domanda scomoda. Ma merita di essere fatta.
Barbara Spinella


È un articolo lucido e coraggioso, perché riesce a stare dentro una zona grigia che il dibattito pubblico spesso evita. Non attacca i genitori, non idealizza i minori, non semplifica. Fa una cosa più scomoda: mostra un vuoto.
Il punto più forte è proprio lì: il conflitto non patologico. Non la famiglia violenta, non l’abbandono, ma la famiglia che “funziona” e tuttavia genera sofferenza perché due visioni del bene entrano in collisione. In questi casi il diritto italiano, costruito per proteggere, finisce per immobilizzare. E l’immobilità, quando c’è una sofferenza viva e consapevole, non è neutralità: è una scelta implicita a favore dello status quo.
Molto efficace anche il richiamo all’autonomia progressiva. È un principio che tutti dichiarano di condividere,…
Quando educare non significa imporre... in questa frase c'è tutti il valore ma anche la fatica dell'educazione.
Sapere che esisto strutture, porte, come le chiama Barbara, a cui bussare quando ci si sente strattonati e spinti lungo quel percorso che si chiama crescita e che porta all'affermazione del sè e della propria identità è importantissimo... anche per chi è convinto di agire nel bene.
Nel corso del tempo "educare" ha assunto vari sinonimo impropri come imporre ma anche demandare... demandare alla scuola, demandare alla società...
Educare vuol dire accompagnare lungo la strada che è propria del ragazzo, offrire opinioni e valori, stimoli e opportunità non imposizione.
Il problema non è che "perché lo dico io" non funziona più, ma perché…
Questo contributo tocca un nodo delicatissimo e ancora poco nominato: cosa accade quando il conflitto non nasce da una famiglia disfunzionale, ma da una famiglia che funziona, e proprio per questo fatica a riconoscere il dissenso di un figlio che sta crescendo.
Nelle famiglie solide, attente, presenti, il “no” di un adolescente lucido e consapevole è spesso il più difficile da accogliere.
Non perché manchi la cura, ma perché quella divergenza incrina un equilibrio che fino a quel momento ha retto proprio grazie alla condivisione delle scelte.
Il dissenso non viene letto come passaggio evolutivo, ma come una rottura inattesa, che mette in discussione identità genitoriali costruite attorno alla responsabilità e alla protezione.
È qui che il tema dell’autonomia progressiva…